È abbastanza chiaro, mi pare, che la Salvezza si ottiene soltanto grazie al Battesimo, ed è altresì chiaro che questa Salvezza è gratuita ed è estesa a tutti, ma non tutti si salveranno, questo va detto. E non nel senso della predestinazione come qualcuno (vedi Lutero, Calvino) ha creduto, ma nel senso che solo coloro che accoglieranno il messaggio salvifico di Cristo, potranno salvarsi. Beninteso, la Salvezza è offerta a tutti, sta a l’uomo (libero arbitrio) accettarla. Fu proprio su questi presupposti e per amore della verità che nel 2012 il Santo Padre, Benedetto XVI, scrisse una lettera all’Episcopato tedesco – ma era ovviamente rivolta all’Episcopato di
tutto il mondo – dove ORDINAVA il ripristino della traduzione corretta all’atto della Consacrazione, che dice “per molti” e non “per tutti” È la famosa questione del Pro Multis, e non è cosa da poco. Inutile dire che il comando del Sommo Pontefice fu perlopiù disatteso, trattandosi dell’episcopato tedesco poi, non c’è da stupirsi. Qui sotto il link della lettera:
Quindi, ripartiamo di qui: il messaggio salvifico di Cristo ottiene la Salvezza di coloro che, credendo, lo accolgono nella loro vita. Lutero ad un certo punto, cita un brano che si trova nella lettera ai Romani che, sostanzialmente dice: il giusto per fede vivrà. Questa frase, estrapolata da un contesto molto più ampio, diventerà il cavallo di battaglia del monaco tedesco, che vedrà in queste parole un’assoluzione totale da parte di Dio nei confronti dell’uomo peccatore. In sostanza, la nuova “dottrina” di Lutero recita più o meno così:”Pecca, pecca pure quanto e come vuoi, tanto sei già stato salvato indipendentemente dai tuoi meriti”. Vediamo, intanto, il brano di San Paolo portato in causa da Lutero:
La giustificazione per mezzo della fede in Gesù Cristo – “Infatti non mi vergogno del Vangelo, perché esso è un’energia operante di Dio per apportare la Salvezza a chiunque crede. Giudeo anzitutto e Greco. Infatti la giustizia di Dio si rivela in esso da fede a fede, secondo quanto è stato scritto:Il giusto vivrà in forza della fede”.
Rm 1,16-17
Prima di andare avanti nella interpretazione di questo passo del Vangelo, vorrei porre l’attenzione su cosa significhi “giusto” nella Bibbia e, in questo caso, cosa significa “giusto” per San Paolo. Anzitutto egli si rifà, con questa frase, ad uno scritto dell’Antico Testamento e, precisamente, allo scritto del profeta Abacuc, collocabile nel periodo che va dal 605 al 597 a.c. Il profeta parla con Dio e gli chiede perché l’oppressore (l’empio) deve sempre avere la meglio sull’oppresso (il giusto). Dio risponde, vediamo.
Il giusto sopravviverà – “Io mi metto al mio posto di guardia, sto in piedi sopra la mia roccia e sto attento per sentir che mi dirà, che risponderà al mio lamento. Il Signore mi ha risposto e ha detto:”Scrivi la visione, incidila su tavolette, perché si corra a leggerla. Perché la visione riguarda una data, essa attende una fine, non inganna; se tarda a venire, aspettala, non indugerà. Ecco:Soccombe chi non ha l’animo retto, il giusto invece sopravvive per la sua fedeltà””
Ab 2,1-4
by dolceottobre | Commenti disabilitati su Da AbacucSenza categoria
Ma, in buona sostanza, siamo salvati solo dalla nostra fede o, come dice anche l’apostolo Giacomo:”La fede senza le opere è morta”? Dopo un lungo percorso, partito dall’asserzione di Lutero: “La giustizia di Dio è rivelata nel Vangelo, come è scritto: il giusto vivrà per fede “, eccoci di nuovo al punto di partenza: è la sola fede che ci salva o contano anche, nel giudizio finale, le nostre opere? Contano anche le nostre opere certo, la Sacra Scrittura è attraversata tutta da questo significato, dal significato cioè, che “Gli ingiusti non erediteranno il Regno dei Cieli”. Ma allora perché tanto dibattito, sollevato dai protestanti, per voler annientare in tutti i modi una verità che, non solo è palese, ma è anche l’ossatura di tutta l’Economia della Salvezza? Anzitutto precisiamo cosa si intende con la parola “Salvezza” nel cristianesimo. Si intende quell’opera di Dio che, in tutta gratuità, “propone” all’uomo la possibilità di essere riabilitato, dopo il peccato originale, che lo ha privato della visione salvifica di Dio. L’opera della Salvezza si compie con la crocefissione di Cristo e si propaga nel mondo e per gli uomini con il Battesimo, unico sacramento che ci conforma a Cristo e ci libera dal peccato originale, e da ogni altra colpa (per gli adulti) contratta successivamente.(1) La grazia del Battesimo, però, non libera la nostra natura dalla sua debolezza, anzi non vi è quasi nessuno che non debba lottare contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato.
(1) CCC 1263, can. 978
Con il Battesimo viene conferita la grazia santificante di Dio, unità alle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, senza le quali non ci potrebbe essere piena adesione del battezzando a Cristo. A questo punto il battezzato è libero da ogni colpa, egli è stato, potremmo dire “giustificato” (vedremo meglio il significato di questa parola) e, in teoria, dovrebbe essere salvo per sempre, perché, come vedremo, Dio non viene mai meno alle Sue promesse, ma l’uomo si. Per ricevere la grazia che lo giustifica, l’uomo deve allontanarsi dal peccato, altrimenti la grazia non lo tocca. L’uomo, invece, come abbiamo visto, proprio per la debolezza che rimane nella sua natura, è incline a ricadere nel peccato, veniale oppure mortale, e il peccato allontana dalla grazia di Dio. Si dice, nel Catechismo della Chiesa Cattolica:”In tale combattimento contro l’inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del Regno dei Cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito (Attenzione: il pentimento è sempre necessario) i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all’ultimo giorno della vita”.
CCC 1446, can. 979
“È per mezzo del sacramento della Penitenza che il battezzato può essere riconciliato con Dio e con la Chiesa: i Padri hanno giustamente chiamato la Penitenza “un Battesimo laborioso”. Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla Salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati”.
CCC 1422-1484, can. 980
by dolceottobre | Commenti disabilitati su La fede senza le opere è mortaSenza categoria
La legge antica non si può abolire perché è Parola di Dio. La legge data a Mosè è come un pedagogo, è una preparazione – insieme ai Profeti – alla venuta del Messia. Gesù infatti dice:”Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; non sono venuto ad abrogare ma a compiere”.
Mt 5,17
Ma che cosa significa “compiere”, “portare a commpimento”? Lo dice Gesù stesso proseguendo nella lettura. Egli si riferisce alle norme della legge, i dieci comandandamenti e, uno per uno, li rilegge e li perfeziona. Esempio:”Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai, infatti chi uccide è sottoposto al giudizio. Io invece vi dico: “Chiunque s’adira con il suo fratello sarà sottoposto al giudizio””.
Mt 5,21
“Avete inteso che fu detto agli antichi:”Non spergiurerai ma manterrai al Signore i tuoi giuramenti”. Ma io invece vi dico: Non giurate affatto, né per il cielo, che è il trono di Dio, né per la terra che è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme che è la città del gran Re. Neppure per la tua testa giurerai, poiché non hai il potere di fare bianco o nero un solo capello. Sia il vostro linguaggio: si si, no no, il superfluo procede dal maligno”.
Mt 5,33-37
Gesù, quindi, dà un colore nuovo alla legge, che è un’emozione più che un comandamento. Mette l’anima nelle parole, affinché camminare nella retta via diventi costitutivo di noi stessi; Egli rompe con l’osservanza bigotta e solo esteriore dei dieci comandamenti (dai quali poi, il popolo ebraico aveva ricavato una moltitudine di precetti) e chiede ai suoi di metterci l’anima in questi precetti, lo spirito. Cioè chiede loro di vivere con amore verso il prossimo, compassione, carità. Ecco il compimento: la carità, cioè l’amore, la capacità di immedesimarsi negli altri. Se riuscirai ad amare che male potrai fare al tuo prossimo? Quale legge potrai profanare con la carità?
by dolceottobre | Commenti disabilitati su Avete inteso che fu dettoSenza categoria
“Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti, non sono venuto ad abrogare ma a compiere. In verità vi dico: finché non passeranno il cielo e la terra, non uno iota non un apice cadrà dalla legge prima che tutto accada. Chi dunque scioglierà uno di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli; chi invece li metterà in pratica e insegnerà a fare lo stesso, questi sarà considerato grande nel Regno dei cieli. Vi dico infatti che, se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli”.
Mt 5,17-20
In un difficile momento di passaggio per i primi cristiani, alcuni provenienti dal giudaismo e attaccatissimi alla legge, e altri provenienti dal paganesimo e ignari della legge mosaica, Gesù spiega che non è venuto ad abrogare la legge e i profeti ma a portarla a compimento. E sottolinea anche come, finché tutto non si compia (finché non passino il cielo e la terra) nemmeno il più piccolo comandamento sarà tolto ad essa (nemmeno uno iota o un apice), anzi, chi non rispetterà uno di questi precetti (è riferito ai precetti della legge) anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli, chi invece li metterà in pratica e insegnerà a fare lo stesso, sarà considerato grande nel Regno dei cieli, e conclude: dovete essere giusti più degli scribi e i farisei, altrimenti non entrerete nel Regno dei cieli. Che cosa intende Gesù con queste parole? Gli scribi e i farisei erano i giudei bigotti, osservanti in modo ossessivo della legge, ma solo esteriormente, in realtà non ne coglievano il senso né si preoccupavano di farlo, a loro interessava soltanto essere visti nelle sinagoghe a pregare. Gesù dice ai primi cristiani che la loro osservanza della legge deve essere migliore di quella degli scribi e dei farisei, cioè deve essere sentita e vissuta concretamente, se vogliono entrare nel Regno dei Cieli. Quindi, nel nuovo Regno, per praticare la legge data da Dio agli uomini per mezzo di Mosè, basterà accettare e praticare l’insegnamento di Gesù e il Suo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. È in questo nuovo precetto che trova perfezione e compimento la legge. Quindi il compimento della legge è l’amore, che non la vanifica ma la perfeziona.
by dolceottobre | Commenti disabilitati su Il compimento della leggeSenza categoria
La Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione, siglata in accordo fra cattolici e luterani nel 1999, non ha un valore dottrinale né potrebbe averlo visti i presupposti: come semplice dichiarazione non può sostituirsi all’autorità magisteriale di un Concilio né, tantomeno, dichiarare nulli e invalidi i decreti di tale Concilio. La dichiarazione fu siglata in accordo fra il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei Cristiani (PCPUC) della Chiesa Cattolica e dalla Federazione Luterana Mondiale, il che equavale, grosso modo a dire, che la dichiarazione fu firmata fra protestanti e protestanti. Le parti firmatarie in causa avevano stabilito, come se ne avessero avuto l’autorità, che alla dichiarazione non si sarebbero applicate le scomuniche del Concilio di Trento né quelle da parte protestante. Ma la Congregazione per la Dottrina della Fede – con a capo l’allora prefetto Ratzinger – intervenne correggendo il testo che, a onor di vero, dice esplicitamente che le condanne del XVI secolo che colpirono i protestanti sono ancora valide anche se, si tende a specificare, non colpiscono il contenuto (non si sa perché) di quella dichiarazione. Nessuno menziona mai la bolla di scomunica DECET ROMANUM PONTIFICEM di papa Leone X, eppure quello è un documento magisteriale! Il contenuto della dichiarazione congiunta è di una blasfemia assoluta, che mette, quel che rimane della Chiesa Cattolica, prona davanti ai protestanti e che insinua, addirittura, in taluni passaggi, che il Concilio di Trento, su alcuni punti, converge con la visione protestante della giustificazione. Niente di più falso! Nella stesura di questo “accordo” si sono prodigati con ampie descrizioni, note, postille, riferimenti, facendo sempre una distinzione fra cattolici e luterani ma, la conclusione, in fondo, è sempre la stessa: la Chiesa Cattolica, o quel che rimane della Chiesa Cattolica ha modificato, o tenta di darlo a intendere, la sua dottrina sulla giustificazione a favore della dottrina protestante, perché nella sintesi si legge:
“3. La comune comprensione della giustificazione 14. Le Chiese luterane e la Chiesa cattolica romana hanno ascoltato insieme la buona novella proclamata dalla Sacra Scrittura, ciò che ha permesso loro, unitamente alle conversazioni teologiche di questi ultimi anni, di pervenire ad una comprensione condivisa della giustificazione. Questa comporta un consenso su verità fondamentali. Le elaborazioni tra loro diverse sui singoli aspetti sono compatibili con tale consenso.
15. Insieme crediamo che la giustificazione è opera di Dio uno e trino. Il Padre ha inviato il Figlio nel mondo per la salvezza dei peccatori. L’incarnazione, la morte e la resurrezione di Cristo sono il fondamento e il presupposto della giustificazione. Pertanto, la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, per mezzo dello Spirito Santo. Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere.
[…]17. Condividiamo anche la convinzione che il messaggio della giustificazione ci orienta in modo particolare verso il centro stesso della testimonianza che il Nuovo Testamento dà dell’azione salvifica di Dio in Cristo : essa ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo. […]
19. Insieme confessiamo che, l’uomo dipende interamente per la sua salvezza dalla grazia salvifica di Dio. La libertà che egli possiede nei confronti degli uomini e delle cose del mondo non è una libertà dalla quale possa derivare la sua salvezza. Ciò significa che, in quanto peccatore, egli è soggetto al giudizio di Dio, e dunque incapace da solo di rivolgersi a Dio per la sua salvezza, o di meritarsi davanti a Dio la sua giustificazione, o di raggiungere la salvezza con le sue proprie forze. La giustificazione avviene soltanto per opera della grazia. Dal fatto che cattolici e luterani confessano insieme tutto questo, deriva quanto segue. […]
22. Insieme confessiamo che Dio perdona per grazia il peccato dell’uomo e che, nel contempo, egli lo libera, durante la sua vita, dal potere assoggettante del peccato, donandogli la vita nuova in Cristo. Quando l’uomo partecipa a Cristo nella fede, Dio non gli imputa il suo peccato e fa agire in lui un amore attivo mediante lo Spirito Santo. Entrambi questi aspetti dell’azione salvifica di Dio non dovrebbero essere scissi. Essi sono connessi nel senso che l’uomo, nella fede, viene unito a Cristo, il quale è, nella sua Persona, la nostra giustizia (1 Cor 1, 30), proprio come perdono dei peccati e presenza salvifica di Dio. Dal fatto che cattolici e luterani confessano insieme tutto questo, deriva quanto segue” […]
Il virgolettato è tratto da: https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:EU:0e453ffa-b6ba-4845-af8b-a3e9f2d0fe41
Come si può vedere da questi pochi punti tratti dalla dichiarazione congiunta, il capovolgimento di come la Chiesa ha sempre inteso e insegnato la giustificazione è totale, e hanno anche l’ardire di ritenere “libera” questa dichiarazione dalle condanne dei pontefici e del Concilio!
Ovviamente la dichiarazione congiunta fu anche presentata caldamente durante l’Angelus domenicale: https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/angelus/1999/documents/hf_jp-ii_ang_31101999.html
by dolceottobre | Commenti disabilitati su La nullità della dichiarazioneSenza categoria
Il XIX Concilio ecumenico della Chiesa Cattolica, nato per combattere e dare risposte all’eresia protestante, vide la luce a Trento il 13 dicembre del 1545 e terminò il 4 dicembre del 1563: ben 18 anni di lavori a sessioni alterne per definire e sancire le verità di fede che avrebbero orientato e vincolato tutta la Chiesa universale. Nell’arco di questi 18 anni si susseguirono alla guida della Chiesa 5 papi, in ordine cronologico furono: Paolo III, Giulio III, Marcello II, Paolo IV, Pio IV. Fra i molti temi affrontati e definiti nelle diverse sessioni, il più importante e atteso fu senz’altro quello sulla giustificazione, ed è il solo che qui trascrivo. Si tratta, com’era prevedibile, di un decreto molto lungo e articolato ma esaustivo in relazione al tema trattato e qui riportato integralmente. L’unica nota personale è la seguente: un Concilio ecumenico – così definito perché coinvolge tutti i vescovi del mondo – è sempre un evento eccezionale per la Chiesa, perché in esso si discutono e si decidono tutte quelle verità da credere per fede. Nel Concilio di Trento si stabilì la dottrina cattolica della giustificazione, non ce ne sono altre, è l’unica che ha autorevolezza dottrinale – non la dichiarazione congiunta – che il fedele è obbligato a credere.
SESSIONE VI (13 gennaio I547)
Decreto sulla giustificazione
Proemio
In questi anni è stata divulgata con grave danno per molte anime e per l’unità della Chiesa, una dottrina erronea sulla giustificazione. Perciò questo sacrosanto Concilio Tridentino ecumenico e generale, riunito legittimamente nello Spirito santo, a lode e gloria di Dio onnipotente, per la tranquillità della Chiesa e per la salvezza delle anime, sotto la presidenza dei reverendissimi signori Gianmaria del Monte, cardinale vescovo di Palestrina, Marcello Cervini, cardinale presbitero del titolo di S. Croce in Gerusalemme, cardinali della Santa Chiesa Romana, e legati apostolici de latere, a nome del nostro santissimo padre in Cristo e signore Paolo III, per divina provvidenza Papa, intende esporre a tutti i fedeli cristiani la vera e sana dottrina sulla giustificazione che Gesú Cristo, sole di giustizia (45), autore e perfezionatore della nostra fede (46), ha insegnato che gli apostoli hanno trasmesso e che la Chiesa cattolica, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, ha sempre ritenuto. E proibisce assolutamente che, d’ora innanzi, qualcuno osi credere, predicare e insegnare diversamente da quello che col presente
decreto si stabilisce e si dichiara.
Capitolo I.
L’impotenza della natura e della legge a giustificare gli uomini.
Prima di tutto il santo Sinodo dichiara che, per una conoscenza esatta e corretta della dottrina della giustificazione, è necessario che ognuno riconosca e confessi che tutti gli uomini, perduta l’innocenza per la prevaricazione di Adamo, fatti immondi (47) e (come dice l’apostolo) per natura figli dell’ira (48), come ha esposto nel decreto sul peccato originale, erano talmente servi del peccato (49) e sotto il potere del diavolo e della morte, che non solo i gentili con le forze della natura, ma neppure i Giudei con l’osservanza della lettera della legge di Mosè potevano esserne liberati e risollevati, anche se in essi il libero arbitrio non era affatto estinto, ma solo attenuato e indebolito. 14
Capitolo II.
L’economia della salvezza e il mistero della venuta di Cristo.
Perciò il Padre celeste, padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione (50), quando giunse quella beata pienezza dei tempi (51), mandò agli uomini Gesú Cristo, suo figlio, annunciato e promesso, sia prima della legge, sia durante il tempo della legge da molti santi padri, affinché riscattasse i Giudei, che erano sotto la legge (52), e i gentili i quali non cercavano la giustizia, ottenessero la giustizia (53); e tutti ricevessero l’adozione di figli (54). Questo Dio ha posto quale propiziatore mediante la fede nel suo sangue (55), per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto l’universo (56).
Capitolo III.
Chi sono i giustificati da Gesú Cristo.
Ma benché egli sia risorto per tutti (57), tuttavia non tutti ricevono il beneficio della sua morte, ma solo quelli cui viene comunicato il merito della sua passione. Come infatti gli uomini, in concreto, se non nascessero dalla discendenza del seme di Adamo, non nascerebbero ingiusti, proprio perché con questa propagazione, quando vengono concepiti, contraggono da lui la propria ingiustizia: cosí se essi non rinascessero nel Cristo, non potrebbero mai essere giustificati, proprio perché con quella rinascita viene attribuita loro, per il merito della sua passione la grazia per cui diventano giusti. Per questo beneficio l’apostolo ci esorta a rendere sempre grazie al Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla eredità dei santi nella luce, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Figlio del suo amore, nel quale abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati (58).
Capitolo IV.
Descrizione della giustificazione dell’empio.
Suo modo sotto la grazia. Queste parole indicano chiaramente che la giustificazione dell’empio è il passaggio dallo stato, in cui l’uomo nasce figlio del primo Adamo, allo stato di grazia e di adozione dei figli di Dio (59), per mezzo del secondo Adamo, Gesú Cristo, nostro Salvatore. Questo passaggio, dopo la promulgazione del Vangelo, non può avvenire senza il lavacro della rigenerazione o senza il desiderio di esso, conformemente a quanto sta scritto: Se uno non rinascerà per acqua e Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (60).
Capitolo V.
Necessità degli adulti di prepararsi alla giustificazione, e da dove essa scaturisce. 15
Dichiara ancora il Concilio che negli adulti l’inizio della stessa giustificazione deve prender la mosse dalla grazia preveniente di Dio, per mezzo di Gesú Cristo, cioè della chiamata, che essi ricevono senza alcun loro merito, di modo che quelli che coi loro peccati si erano allontanati da Dio, disposti dalla sua grazia, che sollecita ed aiuta, ad orientarsi verso la loro giustificazione, accettando e cooperando liberamente alla stessa grazia, cosí che, toccando Dio il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, l’uomo non resti assolutamente inerte subendo quella ispirazione, che egli può anche respingere, né senza la grazia divina possa, con la sua libera volontà, rivolgersi alla giustizia dinanzi a Dio. Perciò quando nelle sacre scritture si dice: Convertitevi a me, ed io mi rivolgerò a voi (61), si accenna alla nostra libertà e quando rispondiamo: Facci tornare, Signore, a te e noi ritorneremo (62), noi confessiamo di essere prevenuti dalla grazia di Dio. Capitolo VI.
Il modo di prepararsi.
Gli uomini si dispongono alla stessa giustizia, quando, eccitati ed aiutati dalla grazia divina, ricevendo la fede mediante l’ascolto (63), Si volgono liberamente verso Dio, credendo vero ciò che è stato divinamente rivelato e promesso, e specialmente che l’empio viene giustificato da Dio col dono della sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesú (64). Parimenti accade quando, riconoscendo di essere peccatori, scossi dal timore della divina giustizia passano a considerare la misericordia di Dio e sentono nascere in sé la speranza, confidando che Dio sarà loro propizio a causa del Cristo, e cominciano ad amarlo come fonte di ogni giustizia; e si rivolgono, quindi, contro il peccato con odio e detestazione, cioè con quella penitenza, che bisogna fare prima del battesimo; infine si propongono di ricevere il battesimo, di cominciare una nuova vita e di osservare i comandamenti divini. Di questo atteggiamento sta scritto: È necessario che chiunque nascosta Dio, creda che egli esiste e che ricompensa quelli che lo cercano (65); e: Confida, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati (66); come pure: Il timore del Signore scaccia il peccato (67); e: Fate penitenza e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesú Cristo per la remissione dei vostri peccati e riceverete il dono dello Spirito santo (68); e: Andate dunque e istruite tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (69) Finalmente: Rivolgete al Signore i vostri cuori (70).
Capitolo VII.
Cosa è la giustificazione del peccatore e quali le sue cause.
A questa disposizione o preparazione segue la stessa giustificazione. Essa non è solo remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore, attraverso l’accettazione volontaria della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto diviene giusto, e da nemico amico, cosí da essere erede secondo la speranza della vita eterna (71). 16
Cause di questa giustificazione sono: causa finale, la gloria di Dio e del Cristo e la vita eterna; causa efficiente la misericordia di Dio, che gratuitamente lava (72) e santifica, segnando ed ungendo (73) con lo Spirito della promessa, quello santo che è pegno della nostra eredità (74); causa meritoria è il suo dilettissimo unigenito e signore nostro Gesú Cristo, il quale, pur essendo noi suoi nemici (75), per l’infinito amore con cui ci ha amato (76), ci ha meritato la giustificazione con la sua santissima passione sul legno della croce e ha soddisfatto per noi Dio Padre. Causa strumentale è il sacramento del battesimo, che è il sacramento della fede (77), senza la quale a nessuno, mai, viene concessa la giustificazione. Finalmente, unica causa formale è la giustizia di Dio, non certo quella per cui egli è giusto, ma quella per cui ci rende giusti; con essa, cioè per suo dono, veniamo rinnovati interiormente nello spirito (78), e non solo veniamo considerati giusti, ma siamo chiamati tali e lo siamo di fatto (79), ricevendo in noi ciascuno la propria giustizia, nella misura in cui lo Spirito santo la distribuisce ai singoli come vuole (80) e secondo la disposizione e la cooperazione propria di ciascuno. Quantunque infatti nessuno possa esser giusto, se non colui al quale vengono comunicati i menti della passione del signore nostro Gesú Cristo, ciò, tuttavia, in questa giustificazione del peccatore, si opera quando, per mento della stessa santissima passione, l’amore di Dio viene diffuso mediante lo Spirito santo nei cuori (81) di coloro che sono giustificati e inerisce loro. Per cui nella stessa giustificazione l’uomo, con la remissione dei peccati, riceve insieme tutti questi doni per mezzo di Gesú Cristo nel quale è innestato: la fede, la speranza e la carità. Infatti la fede, qualora non si aggiungano ad essa la speranza e la carità, non unisce perfettamente a Cristo né rende membra vive del suo corpo. Per questo motivo è assolutamente vero affermare che la fede senza le opere è morta ed inutile (82) e che in Cristo non valgono né la circoncisione, né la incirconcisione, ma la fede operante per mezzo della carità (83). Questa fede, secondo la tradizione apostolica, chiedono i catecumeni alla Chiesa prima del sacramento del battesimo quando chiedono la fede che dà la vita eterna, che la fede non può garantire senza la speranza e la carità. È per questo che essi ascoltano subito la parola di Cristo: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti (84). Perciò a chi riceve lo vera giustizia cristiana, non appena rinato viene comandato di conservare candida e senza macchia la prima stola, donata loro da Gesú Cristo in luogo di quella che Adamo ha perso con la sua disobbedienza per sé e per noi. Essi dovranno portarla dinanzi al tribunale del signore nostro Gesú Cristo per avere la vita eterna (85).
Capitolo VIII.
Come si debba intendere che il peccatore è giustificato per la fede e gratuitamente.
Quando poi l’apostolo dice che l’uomo viene giustificato per la fede (86) e gratuitamente (87), queste parole si devono intendere secondo l’interpretazione accettata e manifestata dal concorde e permanente giudizio della Chiesa cattolica e cioè che siamo giustificati mediante la fede, perché la fede è il principio dell’umana salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, senza la quale è impossibile piacere a Dio (88), giungere alla comunione (89) che con lui hanno i suoi figli. 17
Si dice poi che noi siamo giustificati gratuitamente, perché nulla di ciò che precede la giustificazione – sia la fede che le opere – merita la grazia della giustificazione, se infatti è per grazia, non è per le opere; o altrimenti (come dice lo stesso apostolo (90)) la grazia non sarebbe piú grazia.
Capitolo IX.
Contro la vana fiducia degli eretici.
Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la Chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà. Ma neppure si può affermare che sia necessario che coloro che sono stati realmente giustificati, debbano credere assolutamente e senza alcuna esitazione, dentro di sé, di essere giustificati; e che nessuno venga assolto dai peccati e giustificato, se non chi crede fermamente di essere assolto e giustificato e che l’assoluzione e la giustificazione sia operata per questa sola fede, quasi che chi non credesse ciò, dubiti delle promesse di Dio e dell’efficacia della morte e della resurrezione del Cristo. Infatti come nessun uomo pio deve dubitare della misericordia di Dio, del merito del Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, cosí ciascuno nel considerare se stesso, la propria debolezza e le sue cattive disposizioni, ha motivo di temere ed aver paura della sua grazia, non potendo alcuno sapere con certezza di fede, scevra di falso, se ha conseguito la grazia di Dio. Capitolo X.
L’aumento della grazia ricevuta.
Gli uomini cosí giustificati e divenuti amici e familiari di Dio (91), progredendo di virtú in virtú (92), si rinnovano (come dice l’apostolo (93)) di giorno in giorno, mortificando, cioè, le membra del proprio corpo (94) e mostrandole come armi di giustizia per la santificazione (95), attraverso l’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa: nella stessa giustizia ricevuta per la grazia di Cristo, con la cooperazione della fede alle buone opere, essi crescono e vengono resi sempre piú giusti, come è scritto: Chi è giusto, continui a compiere atti di giustizia (96), ed ancora: Non aspettare fino alla morte a giustificarti (97), e di nuovo: Voi dunque vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede soltanto (98). Questo aumento della giustizia chiede la santa Chiesa quando prega: Dacci, o Signore, un aumento di fede, di speranza e di carità (99). Capitolo XI.
Dell’osservanza dei comandamenti e della sua necessità e possibilità. 18
Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica (100), esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi (101) e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi (102), il suo giogo è soave e il peso leggero (103). Quelli infatti che sono figli di Dio, amano Cristo e quelli che lo amano (come dice lui stesso (104)) osservano le sue parole, cosa che con l’aiuto di Dio certamente possono fare. Quantunque infatti in questa vita mortale, per quanto santi e giusti, qualche volta essi cadono almeno in mancanze leggere e quotidiane, che si dicono anche veniali, non per questo cessano di essere giusti. Ed è propria dei giusti l’espressione, umile e verace: Rimetti a noi i nostri debiti (105). Deriva da ciò, che gli stessi giusti debbano sentirsi tanto maggiormente obbligati a camminare per la via della giustizia, quanto piú, liberi già dal peccato e fatti schiavi di Dio (106), vivendo con moderazione, giustizia e pietà (107), possono progredire per mezzo di Gesú Cristo, mediante il quale ebbero accesso a questa grazia (108). Dio infatti non abbandona con la sua grazia quelli che una volta ha giustificato, a meno che prima non sia abbandonato da essi (109). Nessuno quindi deve cullarsi nella sola fede, credendo di essere stato costituito erede e di conseguire l’eredità per la sola fede, anche senza soffrire con Cristo per poi esser con lui glorificato (110). Cristo stesso, infatti, come dice l’apostolo, sebbene fosse Figlio, imparò, da ciò che sofferse, l’obbedienza; sicché reso perfetto, divenne principio di eterna salvezza per tutti quelli che gli obbediscono (111). Per questo lo stesso apostolo ammonisce quelli che sono stati giustificati, dicendo: Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Io dunque corro, ma non come chi è senza meta, faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitú perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato (112). Ugualmente Pietro principe degli apostoli, dice: Adoperatevi sempre piú per rendere sicura la vostra vocazione e la vostra elezione; poiché facendo questo voi mai peccherete (113). Deriva da ciò, che sono in contrasto con la dottrina della vera religione quelli che dicono che il giusto pecca, almeno venialmente, in ogni opera buona (114); o (cosa ancora piú insostenibile) che merita le pene eterne. E sono pure in contrasto quelli che sostengono che in tutte le opere buone i giusti peccano, se, eccitando in quelle la loro pigrizia ed esortando se stessi a correre nello stadio, insieme anzitutto con la gloria di Dio, essi guardano anche al premio eterno poiché sta scritto: Ho piegato il mio cuore ad osservare i tuoi precetti, per la ricompensa (115). E di Mosè l’apostolo (116) dice che tendeva alla ricompensa. Capitolo XII.
Bisogna evitare la presunzione temeraria della predestinazione. 19
Nessuno, inoltre, fino che vivrà in questa condizione mortale, deve presumere talmente del mistero segreto della divina predestinazione, da ritenere per certo di essere senz’altro nel numero dei predestinati (117), quasi fosse vero che chi è stato giustificato o non possa davvero piú peccare, o se anche peccasse, debba ripromettersi un sicuro ravvedimento. Infatti non si possono conoscere quelli che Dio si è scelti se non per una speciale rivelazione.
Capitolo XIII.
Del dono della perseveranza.
Similmente, per quanto riguarda il dono della perseveranza, di cui sta scritto: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (118) (dono che non si può avere se non da chi ha tanta potenza da mantenere in piedi colui che già vi è (119), perché perseveri, e da riporvi colui che cade), nessuno si riprometta qualche cosa con assoluta certezza, quantunque tutti debbano nutrire e riporre fiducia fermissima nell’aiuto di Dio. Dio infatti se essi non vengono meno alla sua grazia, come ha cominciato un’opera buona, cosí la perfezionerà (120), suscitando il volere e l’operare (121). Tuttavia quelli che credono di esser in piedi, guardino di non cadere (122), e lavorino per la propria salvezza con timore e tremore (123), nelle fatiche, nelle veglie, nelle elemosine, nelle preghiere e nelle offerte, nei digiuni e nella castità (124). Proprio perché sanno di essere rinati alla speranza della gloria (125), e non ancora alla gloria, devono temere per la battaglia che ancora rimane contro la carne, contro il mondo, contro il diavolo, nella quale non possono riuscire vincitori, se non si atterranno con la grazia di Dio, alle parole dell’apostolo: Noi siamo debitori, ma non verso la carne, da dovere vivere secondo la carne. Se vivete secondo la carne, morrete; se invece per mezzo dello Spirito fate morire le azioni del corpo, vivrete (126).
Capitolo XIV.
Di quelli che cadono e della loro riparazione.
Quelli poi che col peccato sono venuti meno alla grazia della giustificazione, potranno nuovamente essere giustificati, se procureranno, sotto l’ispirazione di Dio, di recuperare la grazia perduta attraverso il sacramento della penitenza, per merito del Cristo. Questo modo di essere giustificato consiste nella riparazione di colui che è caduto; quella riparazione che i santi padri chiamarono, con espressione adatta, la seconda tavola dopo il naufragio della grazia perduta (127). Infatti, per quelli che cadono in peccato dopo il battesimo, Gesú Cristo ha istituito il sacramento della penitenza, quando disse: Ricevete lo Spirito santo. A chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti (128). 20
Bisogna quindi, insegnare che la penitenza del cristiano dopo la caduta è di natura molto diversa da quella del battesimo e che essa comporta non solo la cessazione dai peccati e la loro detestazione, cioè un cuore contrito ed umiliato (129), ma anche la confessione sacramentale dei medesimi, almeno nel desiderio e da farsi a suo tempo e l’assoluzione del sacerdote; e cosí pure la soddisfazione col digiuno, con le elemosine, con le orazioni e con le altre pie pratiche della vita spirituale, non certo per la pena eterna, che è rimessa con la colpa mediante il sacramento o il desiderio del sacramento, ma per la pena temporale, che (come insegna la Sacra Scrittura) non sempre viene totalmente rimessa, come nel battesimo, a quelli che, ingrati verso la grazia di Dio, che hanno ricevuto, contristarono lo Spirito santo (130), ed osarono violare (131) il tempio del Signore. Di questa penitenza sta scritto: Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima (132). Ed inoltre: La tristezza che è secondo Dio, produce un pentimento salutare che non si rimpiange, perché conduce a salvezza (133). E di nuovo: Ravvedetevi (134); e: Fate degni frutti di penitenza (135).
Capitolo XV.
Con qualunque peccato mortale si perde la grazia, ma non la fede.
Contro le maligne insinuazioni di certi spiriti, i quali con parole dolci e seducenti ingannano i cuori dei semplici (136), bisogna affermare che non solo con l’infedeltà, per cui si perde la stessa fede, ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, sebbene non si perda la fede, si perde però la grazia della giustificazione. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi (137) e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo (138).
Capitolo XVI.
Del frutto della giustificazione, ossia del merito delle buone opere, e del modo a questo merito.
Ora agli uomini giustificati in questo modo, sia che abbiano sempre conservato la grazia ricevuta, sia che, dopo averla perduta, l’abbiano recuperata si devono proporre le parole dell’apostolo: Abbondate in ogni opera buona, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è vano (139). Egli infatti non è ingiusto e non dimentica ciò che avete fatto, né l’amore che avete dimostrato per il suo nome (140). E: non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa (141). 21
Perciò a quelli che operano bene fino alla fine (142) e sperano in Dio deve proporsi la vita eterna, sia come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio per i meriti del Cristo Gesú, sia come ricompensa da darsi fedelmente, per la promessa di Dio stesso, alle loro opere buone e ai loro meriti. Questa è infatti quella corona di giustizia che, dopo la sua lotta e la sua corsa, l’apostolo diceva essere stata messa da parte per lui e che gli sarebbe stata data dal giusto giudice, e non a lui solo, ma anche a tutti quelli che amano la sua venuta (143). Poiché infatti lo stesso Gesú Cristo, come il capo nelle membra e la vite nei tralci (144), trasfonde continuamente la sua virtú in quelli che sono giustificati, virtú che sempre precede, accompagna e segue le loro opere buone, e senza la quale non potrebbero in alcun modo piacere a Dio ed esser meritorie, si deve credere che niente altro manchi agli stessi giustificati, perché si dica che essi, con le opere che hanno compiuto in Dio (145), hanno pienamente soddisfatto alla legge divina, per quanto possibile in questa vita, e che hanno veramente meritato di ottenere a suo tempo la vita eterna (se tuttavia moriranno in grazia (146)). Dice, infatti, il Cristo, nostro Salvatore: Chi berrà l’acqua che gli darò io, non avrà piú sete in eterno; ma l’acqua che gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (147). In tal modo né si esalta la nostra giustizia come se provenisse proprio da noi (148), né si pone in ombra o si rifiuta la giustizia di Dio (149). Infatti quella giustizia che si dice nostra, perché inerente a noi ci giustifica, è quella stessa di Dio, perché ci viene infusa da Dio per i meriti del Cristo. Né si deve trascurare che, quantunque nelle Sacre Scritture si dia tanta importanza alle opere buone, che perfino a chi ha dato a uno dei suoi piccoli un bicchiere d’acqua fresca Cristo promette che non resterà senza ricompensa (150), e l’apostolo testimonia: la nostra presente tribolazione momentanea e leggera ci procura un incommensurabile e eterno cumulo di gloria (151), mai un cristiano deve confidare o gloriarsi di se stesso e non nel Signore (152), il quale è talmente buono verso tutti gli uomini, da volere che diventino loro meriti, quelli che sono suoi doni (153). E poiché tutti pecchiamo in molte maniere (154), ciascuno deve avere dinanzi agli occhi con la misericordia e la bontà anche la severità e il giudizio, né alcuno deve giudicare se stesso, anche se non fosse consapevole di nessuna colpa (155) poiché tutta la vita degli uomini deve essere esaminata e giudicata non secondo il giudizio umano, ma secondo quello di Dio, il quale illuminerà i segreti piú occulti, e renderà manifesti i consigli dei cuori; e allora ciascuno avrà da Dio la sua lode (156); che, come sta scritto, renderà a ciascuno secondo le sue opere (157). Dopo questa dottrina cattolica della giustificazione, – e nessuno potrà essere giustificato se non l’accetterà fedelmente e fermamente (158) -, è sembrato opportuno al Santo Sinodo aggiungere i seguenti canoni, perché ognuno sappia non solo quello che deve credere e seguire, ma anche quello che dovrà evitare e fuggire. 22
CANONI SULLA GIUSTIFICAZIONE
1. Se qualcuno afferma che l’uomo può essere giustificato davanti a Dio dalle sue opere, compiute con le sole forze umane, o con il solo insegnamento della legge, senza la grazia divina meritata da Gesú Cristo: sia anatema.
2. Se qualcuno afferma che la grazia divina meritata da Gesú Cristo viene data solo perché l’uomo possa piú facilmente vivere giustamente e meritare la vita eterna, come se col libero arbitrio, senza la grazia egli possa realizzare l’una e l’altra cosa, benché faticosamente e con difficoltà: sia anatema.
3. Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito Santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anatema.
4. Se qualcuno dice che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente: sia anatema.
5. Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella Chiesa da Satana: sia anatema.
6. Se qualcuno afferma che non è in potere dell’uomo rendere cattive le sue vie, ma che è Dio che opera il male come il bene, non solo permettendoli, ma anche volendoli in sé e per sé, di modo che possano considerarsi opera sua propria il tradimento di Giuda non meno che la chiamata di Paolo: sia anatema. 7. Se qualcuno dice che tutte le opere fatte prima della giustificazione, in qualunque modo siano compiute, sono veramente peccati che meritano l’odio di Dio, e che quanto piú uno si sforza di disporsi alla grazia tanto piú gravemente pecca: sia anatema.
8. Se qualcuno afferma che il timore dell’inferno, per il quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal male, è peccato e rende peggiori i peccatori: sia anatema.
9. Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, cosí da intendere che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà: sia anatema.
10. Se qualcuno dice che gli uomini sono giustificati senza la giustizia del Cristo mediante la quale egli ha meritato per noi, o che essi sono formalmente giusti proprio per essa: sia anatema.
11. Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia del Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito Santo (159) e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio: sia anatema.
12. Se qualcuno afferma che la fede giustificante non è altro che la fiducia nella divina misericordia, che rimette i peccati a motivo del Cristo, o che questa fiducia sola giustifica: sia anatema. 23
13. Chi afferma che per conseguire la remissione dei peccati è necessario che ogni uomo creda con certezza e senza alcuna esitazione della propria infermità e indisposizione, che i peccati gli sono rimessi: sia anatema. 14. Se qualcuno afferma che l’uomo è assolto dai peccati e giustificato per il fatto che egli crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che nessuno è realmente giustificato, se non colui che crede di essere giustificato, e che l’assoluzione e la giustificazione venga operata per questa sola fede: sia anatema.
15. Se qualcuno afferma che l’uomo rinato e giustificato è tenuto per fede a credere di essere certamente nel numero dei predestinati: sia anatema. 16. Se qualcuno dice, con infallibile e assoluta certezza, che egli avrà certamente il grande dono della perseveranza finale (l60) (a meno che non sia venuto a conoscere ciò per una rivelazione speciale): sia anatema.
17. Se qualcuno afferma che la grazia della giustificazione viene concessa solo ai predestinati alla vita, e che tutti gli altri sono bensí chiamati, ma non ricevono la grazia, in quanto predestinati al male per divino volere: sia anatema.
18. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili ad osservarsi, sia anatema. 19. Chi afferma che nel Vangelo non si comanda altro, fuorché la fede, che le altre cose sono indifferenti, né comandate, né proibite, ma libere; o che i dieci comandamenti non hanno nulla a che vedere coi cristiani: sia anatema. 20. Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anatema.
21. Se qualcuno afferma che Gesú Cristo è stato dato agli uomini da Dio come redentore, in cui confidare e non anche come legislatore, cui obbedire: sia anatema.
22. Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato può perseverare nella giustizia ricevuta senza uno speciale aiuto di Dio, o non lo può nemmeno con esso: sia anatema.
23. Se qualcuno afferma che l’uomo, una volta giustificato, non può piú peccare, né perdere la grazia, e che quindi chi cade e pecca, in realtà non mai è stato giustificato; o, al contrario, che si può per tutta la vita evitare ogni peccato, anche veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene della beata Vergine: sia anatema.
24. Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento: sia anatema.
25. Se qualcuno afferma che in ogni opera buona il giusto pecca almeno venialmente, o (cosa ancor piú intollerabile) mortalmente, e quindi merita le pene eterne, e che non viene condannato solo perché Dio non gli imputa a dannazione quelle opere: sia anatema.
26. Se qualcuno afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio – per la sua misericordia e per tutti i meriti di Gesú Cristo – l’eterna ricompensa in premio delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio (161), qualora, agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia anatema. 24
27. Se qualcuno afferma che non vi è peccato mortale, se non quello della mancanza di fede, o che la grazia, una volta ricevuta, non può esser perduta con nessun altro peccato, per quanto grave ed enorme, salvo quello della mancanza di fede: sia anatema.
28. Se qualcuno afferma che, perduta la grazia col peccato, si perde sempre insieme anche la fede, o che la fede che rimane non è vera fede, in quanto non è viva (162), o che colui che ha la fede senza la carità, non è cristiano: sia anatema.
29. Se qualcuno afferma che chi dopo il battesimo è caduto nel peccato non può risorgere con la grazia di Dio; o che può recuperare la grazia perduta, ma per la sola fede, senza il sacramento della penitenza, come la Santa Chiesa Romana e universale, istruita da Cristo signore e dai suoi apostoli, ha finora creduto, osservato e insegnato: sia anatema.
30. Se qualcuno afferma che, dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anatema.
31. Se qualcuno afferma che colui che è giustificato pecca, quando opera bene in vista della eterna ricompensa: sia anatema.
32. Se qualcuno afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, cosí da non essere anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesú Cristo (di cui è membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l’aumento della gloria: sia anatema. 33. Se qualcuno afferma che con questa dottrina cattolica della giustificazione, espressa dal Santo Sinodo col presente decreto, si riduce in qualche modo la gloria di Dio o i meriti di Gesú Cristo nostro Signore, e non piuttosto si manifesta la verità della nostra fede e infine la gloria di Dio e di Gesú Cristo: sia anatema.
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Lutero muore, dunque, il 18 febbraio del 1546, dopo una vita vissuta in lotta contro la Santa Romana Chiesa che egli odiava. Per sua stessa ammissione odiava anche quel Dio “giusto e vendicatore” che “punisce i colpevoli”, e questo odio, covato molto probabilmente per anni, giunge a maturazione e esplode in quel 31 ottobre 1517, quando egli affigge le famose 95 tesi alla porta della cattedrale di Wittenberg. Da quel momento in poi gli eventi e il suo odio viscerale contro la Chiesa, il papa, la Santa Messa, lo porteranno a dire, scrivere e commettere – sostenuto dai suoi seguaci – ogni sorta di nefandezza contro la Chiesa e la sua dottrina bimillenaria. La Chiesa, dal canto suo, cerca più volte di riportarlo alla ragione dialogando con lui e con l’Ordine al quale appartiene. Tutto, purtroppo, risulterà inutile e a mettere la parole fine alla rivolta di Lutero sarà la bolla di scomunica che arriverà dopo ben quattro anni dall’inizio di questa tragedia. La bolla, DECET ROMANUM PONTIFICEM, di papa Leone X, della quale allego ancora il link: https://www.radiospada.org/2013/04/prima-traduzione-italiana-della-bolla-decet-romanum-pontificem-di-papa-leone-x-contro-il-luteranesimo/
sarà per Lutero e tutti i suoi seguaci, un fulmine che incenerisce. Non si tratto’, infatti, di una “semplice” bolla di scomunica, ma di una scomunica e di un anatema che colpirono Lutero, i suoi seguaci e tutta la loro discendenza, i possedimenti, le azioni in eterno. Sembra che la scomunica abbia colpito anche l’intera “Riforma”. Di seguito un breve estratto della bolla:
[…] I Nostri decreti che seguono vengono rivolti contro Martino e gli altri che lo seguono nella caparbietà verso il suo scopo depravato ed esecrabile, come anche contro coloro che lo difendono e lo proteggono con una guardia del corpo militare, e coloro che non temono di sostenerlo con le proprie risorse o in qualsiasi altro modo, e coloro che hanno la presunzione di offrire e fornire aiuto, consiglio e favore verso di lui. Tutti i loro nomi, cognomi e grado – per quanto elevata e folgorante possa essere la loro dignità – vogliamo che siano considerati come inclusi in questi decreti con lo stesso effetto come se vi fossero elencati singolarmente e potrebbero esservi così elencati nella pubblicazione dei decreti, che deve essere favorita con un’energia pari all’altezza della forza suoi articoli.
Su tutti costoro noi decretiamo, dichiariamo, definiamo le sentenze di scomunica, di anatema, della nostra perpetua condanna e interdetto, di privazione della dignità, degli onori e delle proprietà sopra di essi e sopra i loro discendenti, e di inidoneità dichiarata per i beni stessi; della confisca dei loro beni e del delitto di lesa maestà: queste e le altre sentenze, censure e pene che vengono inflitte dal diritto canonico per gli eretici e che sono indicate nella nostra predetta missiva, decretiamo essere cadute su tutti questi uomini a loro dannazione.
IV
Noi aggiungiamo alla nostra presente dichiarazione, con la Nostra Autorità Apostolica, che gli stati, territori, campi, città e luoghi in cui questi uomini hanno temporaneamente vissuto o che gli è capitato di visitare, insieme con i loro beni – città che hanno cattedrali e sedi metropolitane,
monasteri e altre case religiose e luoghi sacri, privilegiati o non privilegiati – ognuno e tutti sono posti sotto il nostro interdetto ecclesiastico, mentre questo interdetto dura, nessuna pretesa di Indulgenza Apostolica (tranne nei casi consentiti dalla legge, e anche lì, per così dire, a porte chiuse e escluse quelle sotto la scomunica e interdetto), può essere invocata per consentire la celebrazione della messa e degli altri uffici divini. Noi prescriviamo e ingiungiamo che gli uomini in questione siano dappertutto da essere denunciati pubblicamente come scomunicati, infausti, condannati, interdetti, privi di beni e incapaci di possederli. Essi devono essere rigorosamente evitati da tutti i cristiani fedeli […].
E conclude:
IX
[…] Nessun ostacolo è concesso ai nostri desideri nelle costituzioni Apostoliche e nei decreti o in nulla nella nostra suddetta missiva precedente ( la bolla Exsurge Domine n.d.r.) che noi non vogliamo ostacolare, o da qualunque altro pronunciamento contrario.
X
Nessuno può,infrangere questa,o alcuna nostra decisione,scritto,dichiarazione, precetto, ingiunzione, assegnazione, volontà, decreto o avventatamente contravvenirli. Se qualcuno osa tentare una cosa del genere, sappia che incorrerà nella collera di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo. Noi abbiamo detto.
Dato a San Pietro, Roma, il 3 Gennaio dell’ anno del Signore 1521, anno VIII del Nostro Pontificato […].
Qui il concetto è chiaro: la scomunica e l’anatema producono un effetto perpetuo che nessuno potrà più modificare, pena “L’ira di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo”. Nella Chiesa queste sentenze hanno un peso, anche per chi non crede. Non è certo un caso se di questa bolla così importante, in rete non c’è traccia. Non si trova l’originale, il frontespizio, il contenuto, solo pochissime traduzioni in italiano rimaste visibili per pura fortuna. Tutto questo dovrebbe far luce – per vederla meglio – sulla “Dichiarazione congiunta” fra cattolici e luteranani del 1999, e sulla sua validità.
by dolceottobre | Commenti disabilitati su Quel fulmine che tutto incenerìSenza categoria
“L’anno 1520 segna un momento culminante e di svolta nella riforma luterana. Il linguaggio di Lutero, sotto l’influsso dei suoi amici umanisti, diventa sempre più radicale, il papa viene apertamente bollato come l’Anticristo. Nel trascinare le masse dalla sua parte Lutero fu immensamente aiutato dallo scontento assai diffuso contro il governo della Curia Romana, che gravava con le sue tasse sul popolo tedesco […] Il processo romano, dopo una lunga pausa, era giunto alla fine con la collaborazione personale di Eck. Con la bolla EXURGE DOMINE del 15 giugno 1520 vennero condannate, pur con diversi gradi di censura, quarantuno affermazioni di Lutero, fu ordinata anche la distruzione dei suoi scritti contenenti tali errori, ed egli stesso con suoi seguaci venne minacciato di scomunica se non si sottomettevano entro 60 giorni”. https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:EU:8ac6435e-d2aa-4c8f-9b90-f23aed3fb303
“Nell’ottobre del 1520 Lutero, cedendo ad alcune istanze, accettò di indirizzare un’altra lettera al Papa Leone X, nella quale affermava di non aver voluto offendere la sua persona, anzi, di stimarlo; contemporaneamente però, si abbandonava a violenti oltraggi contro la Chiesa romana e rifiutava qualsiasi ritrattazione. Nel novembre dello stesso anno sfogò il suo odio antipapale con lo scritto CONTRO LA BOLLA DELL’ANTICRISTO, in cui rinnovava l’appello a un Concilio ecumenico. Il 10 dicembre 1520 egli suggellò la sua ribellione all’autorità ecclesiastica con il rogo inscenato nella piazza antistante la porta della città di Wittenberg, in cui bruciò come “nemici di Dio” i libri del Codice di Diritto Canonico e la bolla papale che gli comminava la scomunica. Tale scomunica divenne formale con la bolla DECET ROMANUM PONTIFICEM del 3 gennaio 1521″. https://www.radiospada.org/2013/04/prima-traduzione-italiana-della-bolla-decet-romanum-pontificem-di-papa-leone-x-contro-il-luteranesimo/
“Il 25 maggio 1521 fu emanato l’editto di Worms, in cui si proclamava in modo deciso il bando imperiale contro Lutero e i suoi seguaci, e si ordinava che i suoi scritti fossero gettati nel fuoco. Anche in questo caso Lutero ebbe l’appoggio del principe elettore di Sassonia che aveva organizzato una finta aggressione verso di lui mentre tornava da Worms, e lo aveva fatto portare in salvo nel castello di Wartburg. Qui Lutero i trattenne dal maggio 1521 fino al marzo 1522 […] A Wittenberg, durante l’assenza di Lutero, scoppiarono gravi agitazioni che minacciarono di provocare il crollo totale di ogni ordinamenti ecclesiastico” Da quel momento in poi, ogni sorta di nefandezza in odio alla Fede cattolica, fu commessa. […] “Martin Lutero rimase fino alla fine fedele alla sua convinzione incrollabile di dover combattere contro lo “scandalo papista” e di aver ricevuto da Dio una missione speciale per l’annuncio del vero Vangelo. I suoi ultimi anni furono offuscati da malattie e disillusioni di ogni genere. Molti dispiaceri e affanni gli furono procurati dall’immoralità che dilagava nei territori protestanti, dalla confusione e dalla divisione che regnava fra i protestanti stessi, e dall’ingerenza illimitata delle autorità secolari nelle cose ecclesiastiche. Tuttavia il suo odio contro il papato crebbe sempre di più, e Lutero ebbe occasione di sfogarlo in suo scritto rozzo e violento: CONTRO IL PAPATO DI ROMA FONDATO DAL DIAVOLO, in occasione dell’indizione del Concilio di Trento da Papa Paolo III, che iniziò il 13 dicembre 1545. Lutero morì il 18 febbraio 1546, nella sua cittadina di Eisbelen e fu sepolto nella chiesa del castello di Wittenberg”.
Il virgolettato è tratto da Roberto Coggi, O.P., Ripensando Lutero, Parte prima, pp 20-38, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2004