Quando siamo soli e abbiamo gravi problemi che minacciano la stabilità della nostra vita, facciamo come gli animali feriti: cerchiamo un rifugio dove combattere con tutte le forze che abbiamo, non ci sono più distrazioni, emozioni, sogni. Nel momento del pericolo ogni sforzo e ogni energia sono indirizzati verso un’unico scopo: la sopravvivenza, andare oltre il pericolo.
Quanta cattiveria
Quanta cattiveria nel mondo, quanta superficialità, quanta tracotanza: contano solo i soldi in questo sistema malato, nient’altro. E più ne hanno e più ne vogliono avere, e tutto il resto sparisce: valori (che non ci sono), amicizie, rispetto. Tutti, anche quelli che sembrano altruisti, in realtà pensano solo ai soldi, con un’avidità che li divora. Eppure, al pari del povero, anche loro quando se ne andranno, dietro non si porteranno niente di tutte le ricchezze che hanno accumulato.
Non siamo angeli
Qui, mi pare, il messaggio era chiaro, e tante volte è stato chiaro, che cosa allora non ha funzionato? La mia stupidità o il tuo non voler metterci la faccia fino in fondo? Non era più semplice presentarsi e conoscersi? Non sarebbe stato più giusto e rispettoso verso di me?

L’unico che abbia un senso
Se fra un uomo e una donna non c’è una frequentazione cosa c’è? Se non c’è uno scambio di vedute, uno stringersi le mani, un guardarsi negli occhi, cosa c’è? Se non c’è fare all’amore, darsi un appuntamento, ridere insieme, fare progetti, cosa c’è? Se non c’è complicità, aiuto, comprensione, cosa c’è? Se non c’è guardare un tramonto, svegliarsi insieme, guardare lontano in due, cosa c’è? L’amore non è un fotoromanzo, né una delle tante frasi fatte che abbondano sui social, non è un’illusione che si perpetua all’infinito, né un messaggio affidato al vento… Si, può essere anche questo, all’inizio e per un certo periodo di tempo… Poi, se non lasci che lei possa entrare nella tua vita con dignità, senza dover chiedere favori a nessuno ma perché tu l’hai chiamata, se non lasci che lei possa conoscerti e arrivare nella tua più intima virilità, se lei non è la tua priorità ma un accomodamento che può sempre aspettare tutto quello che viene prima, se credi o temi che non sia alla tua altezza, magari per estrazione sociale o per altri motivi… allora lascia perdere, vuol dire che non vuoi una donna, o forse, semplicemente, non vuoi quella donna… L’amore è presenza, è temerarietà, è assolutezza, è esserci, e anche quando questo non è possibile è comunque vicinanza, è far sentire a lei che ci sei, che non è e non sarà più sola da te in poi. Questo si può chiamare amore, ed è l’unico che abbia un senso.

CODICE ROSSO
Non sono in una bella situazione, adesso sono veramente in pericolo e non so come uscirne, non riesco a vedere soluzioni, ho paura, adesso avrei veramente bisogno di aiuto.
L’importanza della Grazia
Ma perché Dio vuole questo dall’uomo? E cosa vuol dire “renderlo di nuovo partecipe della Sua divinità”? Vuol dire che l’uomo, prima della caduta, cioè del peccato originale, era integro, nasceva già “giustificato”, cioè con la grazia santificante. Paolo VI nel “Credo del Popolo di Dio” (Solenne professione di fede del 30 giugno 1968), ci dà un primo input su questa realtà così lontana da noi eppure presente: “Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione ma per propagazione, e che esso, pertanto, è proprio a ciascuno”. Quindi Paolo VI ci dice che il peccato originale ha profondamente cambiato la condizione della natura umana che, allo stato integro, non conosceva né il male né la morte. Con la caduta la natura umana è stata privata della grazia santificante, tutto quello che è venuto dopo è dovuto proprio a questa privazione, che non và intesa come mancanza di qualcosa che c’era e abbiamo perduto, esempio: prima l’uomo aveva gli occhiali e ora li ha perduti, no non è così, è da intendersi come vera e propria privazione: prima l’uomo aveva la vista e ora non l’ha più”. Ma com’era l’uomo nello stato originario? E qui, volentieri e necessariamente, ci facciamo illuminare da uno dei più grandi di tutti i tempi: San Tommaso D’Aquino. Dalla Somma Teologica annotiamo quanto segue, sintetizzando al massimo il pensiero infinito dell’aquinate e l’inestimabile patrimonio teologico che ci ha lasciato. Nello stato originario, dice San Tommaso, l’uomo aveva una conoscenza di Dio molto più elevata della nostra, anche se non era una conoscenza perfetta, raggiungibile soltanto con la somma beatitudine. Noi arriviamo alla conoscenza di Dio tramite ragionamenti e argomentazioni, ma non possiamo vederlo. Il primo uomo, invece, conosceva Dio in modo più diretto, negli effetti immediatamente percepibili, secondo le sue capacità. Tommaso fa l’esempio dello specchio:”l’uomo integro vedeva Dio come allo specchio, non lo vedeva ancora faccia a faccia ma lo vedeva in un modo superiore a come lo immaginiamo noi oggi”. Tommaso ci spiega che “il primo uomo fu creato da Dio in condizioni tali da possedere la scienza di tutto ciò che l’uomo può naturalmente imparare”. Cioè, ciò che noi oggi,impariamo con grande fatica e gradualità nel tempo, in ogni campo del sapere, l’uomo integro lo possedeva già e lo possedeva per trasmetterlo alla sua discendenza. “L’uomo”, dice Tommaso, “nelle verità soprannaturali ebbe tanto lume quanto se ne richiedeva per dirigere la sua vita in quello stato”. L’uomo, dunque, non conosceva tutto della vita soprannaturale, Dio lo illuminava in ogni circostanza di bisogno e la falsità non poteva insinuarsi nell’intelletto dell’uomo allo stato originario, infatti San Tommaso dice che “non poteva succedere che perdurando l’innocenza (lo stato integro prima del peccato), l’intelletto dell’uomo aderisse a un errore come se fosse una cosa vera”. Tommaso si chiede poi se l’uomo sia stato creato con la grazia, e la risposta è si. Nello stato originario della Creazione esisteva un ordine dove il corpo era subordinato all’anima e le facoltà inferiori erano subordinate alle facoltà superiori, alla ragione. Con la caduta del peccato quest’ordine si frantuma. Tommaso dice:”È evidente che la subordinazione del corpo all’anima e delle facoltà inferiori alla ragione non era dovuta alla natura, altrimenti sarebbe rimasta anche dopo il peccato, poiché le doti naturali sono rimaste anche nei demoni, dopo il peccato”. Il peccato ha, quindi, provocato un disordine, ma non ha distrutto la natura, l’ha soltanto ferita, quindi quest’ordine non poteva dipendere dalla natura. Prosegue Tommaso:”È chiaro che anche la prima subordinazione, cioè la subordinazione della ragione a Dio, non dipendeva esclusivamente dalla natura, ma dal dono soprannaturale della grazia […] dalla quale cosa si comprende che essendo l’obbedienza della carne allo spirito venuta a mancare con la sottrazione della grazia, era in forza della grazia presente nell’anima che le facoltà inferiori erano sottomesse allo spirito”. Quindi nello stato originario l’uomo è stato creato in grazia, ed è stata la grazia che ha permesso l’ordine nell’uomo, cioè la natura umana e tutte le facoltà naturali erano ad essa subordinate. Il peccato ha letteralmente privato l’uomo dalla grazia (come il vedente è stato privato della vista), e questo fatto ha innescato nell’umanità una rovinosa caduta, fermata soltanto dalla Redenzione.
Non è il giudizio finale
La Lettera ai Romani è un testo difficile da comprendere, tocca tanti argomenti molto importanti per la fede e per la vita delle comunità cristiane ma, soprattutto, tocca in modo profondo il tema della giustificazione. Questo tema e questa Lettera sono stati analizzati dai più grandi dottori della Chiesa, quindi non è certo questa la sede per fare un’esegesi di una tale opera né per trovare chissà quali interpretazioni al pensiero di Paolo. Mi limiterò soltanto a fare luce sul significato di giustificazione e sulla sua incompatibilità con il pensiero di Lutero. Anzitutto dobbiamo capire che, essendo Paolo un ebreo ed essendo cresciuto, come tutti gli ebrei, con il culto della legge, avendo egli fatto il “salto” verso Cristo, cioè essendosi convertito, ora egli non può vedere la legge come la vedeva prima, e capisce e tenta di far capire ai suoi connazionali che non sarà la legge a salvarli ma l’unica possibilità di salvezza che hanno è la fede in Cristo, intendendo ovviamente con questo, la conversione a Cristo. Quando Paolo parla della legge, si riferisce alla legge mosaica, legge sacra per ogni pio ebreo, e quando parla delle opere della legge, si riferisce sempre alle opere della legge mosaica. Quindi in Romani la legge e le opere non si devono intendere in modo generico ma specificatamente riferite alle opere della legge mosaica, sotto la quale anche Paolo ha vissuto fino alla sua conversione. Ai suoi egli chiede la stessa cosa:”convertitevi perché solo in Cristo, Dio ci dona la Salvezza, non attraverso la legge che è servita soltanto a farvi vedere dove era il peccato”. Paolo capisce che il mondo è sotto l’ira di Dio a causa del peccato, gli ebrei perché pur avendo la legge rivelata non sono riusciti a raggiungere una giustizia morale, i pagani perché pur avendo conosciuto Dio attraverso la legge naturale che ogni uomo ha nel suo cuore, non lo hanno accolto, sprofondando sempre più nella depravazione morale. L’uomo, ferito dal peccato, non può trovare in sé la forza per redimersi, ecco che allora Dio manda Suo figlio ad immolarsi per redimere il peccato di tutta l’umanità. Cristo è l’unica porta attraverso la quale si può accedere alla Salvezza che Dio dona gratuitamente a tutti. Questa porta si chiama Battesimo, quindi per accedere alla Salvezza l’uomo deve compiere un atto concreto che chiama in causa il suo libero arbitrio. Ma la giustificazione è solo il primo passo verso la meta definitiva che è la piena Rivelazione e la gloria eterna. In mezzo c’è la vita dell’uomo che, una volta rivestito di Cristo (ricordiamoci che per San Paolo il Battesimo significa morire e risorgere con Cristo), può e deve vivere onorando questa fede alla quale ha deciso di aderire, che non è soltanto una parola ma un sistema complesso di vita da accettare e da praticare con le opere consone, ecco perché le opere contano, e San Paolo dice che alla fine della vita saremo giudicati sulle opere della legge naturale, cioè quella legge che ogni uomo ha nel cuore ma che non è stato lui a darsi. Ma come si può spiegare la giustificazione? Giustificazione non è il giudizio finale al quale tutti saremo sottoposti ma un atto d’amore con cui Dio si rivolge all’uomo per renderlo di nuovo partecipe della Sua divinità.
Da Saulo a Paolo
Abbiamo visto in Abacuc chi è il giusto: è l’uomo retto, colui che fa il bene e rifugge il male. Vediamo ora in San Paolo chi è il giusto:”Infatti non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma coloro che la mettono in pratica saranno dichiarati giusti”.
Rm2,13
Quindi il giusto per Paolo è colui che vive secondo i precetti della legge. Che li vive, attenzione, non che li ascolta e basta… È abbastanza evidente, a questo punto, che il giusto è colui che opera il bene e rifugge il male, ed è questo giusto “che vivrà in forza della fede”. Quindi, per vivere in forza della fede bisogna prima essere giusti…Tuttavia Paolo dirà che l’uomo è giustificato indipendentemente dalle sue opere ma solo sulla base della sua fede…
Prima di continuare nell’interpretazione di questa frase, è opportuno ripercorrere sommariamente la vita di Paolo, partendo dal tempo in cui si chiamava ancora Saulo…
Saulo nacque a Tarso in Cilicia nella prima decade d.c. e ricevette – come tutti gli altri concittadini – la cittadinanza romana da Marco Aurelio. I suoi genitori erano giudei che facevano risalire la loro discendenza fino alla tribù di Beniamino (Rm11,1). Stando ad At23,16 aveva una sorella, non era sposato (1Cor7,7). Fin dalla nascita godette dello stato di civile romano (At22,25-29), conosceva il greco (At21,37) ed era in grado di scriverlo abbastanza bene. Nei suoi scritti ci sono tracce del genere retorico della diatriba, e ciò prova che egli aveva ricevuto un’educazione greca, in che misura non è dato saperlo. Saulo di vanto’ sempre di essere un giudeo (At21,39), un israelita (2Cor 11,22), un ebreo figlio di ebrei …e quanto alla legge un fariseo (Fil3,6). “Fu istruito ai piedi di Gamaliele” (rabbino molto stimato nella sua epoca) e questo fa pensare che si stesse preparando per diventare rabbino. Quindi, Saulo, ricevette buona parte della sua educazione a Gerusalemme, da Gamaliele, tuttavia si pensa che non abbia mai conosciuto Gesù. Con questi presupposti non fu difficile per Saulo diventare il più acerrimo nemico dei cristiani, che perseguitava, incarcerava e metteva a morte. Questa fu la sua vita fin quando, sulla via per Damasco, dove andava a perseguitare altri cristiani, l’incontro con Cristo lo sbalzo’ dalla sella del cavallo e dalla sua vita precedente. Il vecchio uomo morì in quella caduta e al suo posto nacque Paolo, destinato a diventare l’apostolo delle genti. Fu la conversione più violenta e drammatica della storia, e nessuno meglio di Paolo può capire cosa voglia dire “essere giustificati non per le proprie opere”. La sua fu la “giustificazione dell’empio” più eccellente della quale si sia mai avuto notizia. Pur essendo una delle 13 lettere facente parte del Corpus Paolino, Romani rimane il libro del N.T. che più di tutti ha influenzato la teologia cristiana, lasciando al pensiero cristiano un contributo inestimabile.
Non per una donna
Dove un tempo si parlava d’amore oggi si parla solo di Dio, io non disdegno certo il Signore, ma questo non è più amore per una donna.
